Tratto dal saggio narrativo: “La verità può aspettare”

Il nostro è un gioco narrativo, all’interno del quale abbiamo immaginato che il Generale Marijuana (Norman Mailer), ritornasse ad essere fustigatore delle ipocrisie sociali, come ai tempi in cui scriveva per le riviste “Dissent” e  “The Village Voice”. Questa volta però lo ritroviamo ad interessarsi dell’Italia, in merito al più antico caso giudiziario rimasto irrisolto: lo scandalo Montesi. E’ la nuova chiave del Generale Marjuana, alias scelto a suo tempo dallo scrittore americano non casualmente… Esso redige i suoi articoli su come negli anni cinquanta, in Italia, paese sotto controllo statunitense, un modello corruttivo, con al centro la visione di Partito-Stato della Democrazia Cristiana, sia diventato antagonista, tra il ’53 ed il ’54,  al modello del centrismo anticomunista, uscito fuori dalla seconda guerra mondiale, e veicolato dall’operazione segreta Stay Beynd… Nel mentre però  si consumava lo scandalo che avrebbe portato alle dimissioni l’allora Ministro degli Esteri e leader prescelto dagli Stati Uniti per combattere le ramificazioni del comunismo nella società italiana.

Quella del Generale Marijuana è, naturalmente, una maschera simbolica, utile e suggestiva in ragione delle traslazioni temporali che ci consentono di entrare in “presa diretta” in quel biennio. Come pochi, egli si scagliava contro il sistema capitalistico americano, prima di tutto deridendolo, infatti lo pseudonimo che scelse, “Il Generale Marjuana”, è estremamente significativo in tal senso, poiché si considerava un “condottiero culturale” senza armata. Dichiarare guerra ad un sistema culturale di massa non è cosa da poco, se cerchi di abbattere innanzitutto gli schemi entro cui agiscono le categorie del bene e del male, nei recinti del comune pensare…

L’elemento che storicamente lega Norman Mailer all’Italia è un collegamento indiretto ma significativo: la famiglia Luce. Dal 1953, con i pezzi su “Dissent”, fino alla fine del decennio, Norman Mailer, con il suo giornalismo d’opinione antisistema, si scagliava contro Madison Avenue, la strada della Grande Mela, dove erano concentrate le holding editoriali. E l’uomo simbolo di Madison Avenue era Hanry Luce, cioè il potentissimo editore di Life e Time, promotore della caccia alle streghe e delle campagne di “demagnetizzazione” del comunismo in Europa, avviata da Truman prima, con appunto  il Piano Demagnetize, ma diventata sistema con Eisenhower. Nel marzo del 1953, Eisenhower nominava Claire Both Luce, moglie dell’editore, ambasciatrice in Italia. Le sue consegne erano quelle di tamponare, dentro e fuori la Democrazia Cristiana, l’avanzata dei comunisti, e di quelli che ne sostenevano una possibile interazione. Le operazioni di demagnetizzazione di Claire Both Luce erano supportate dalla Cia, operativa in Italia quando ancora si chiamava Oss, con la strutturazione del programma di sabotaggio Stay Behind, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

La Cia, in Italia, nella seconda metà degli anni quaranta, era diventata un corpo autonomo dal governo americano. L’incarico dell’ambasciatrice era anche quello di riportare i servizi di sicurezza, presenti nel bel paese, dentro il sistema decisionale del governo americano. L’ultimo atto della Luce fu nel 1956: il protocollo Gladio tra la Cia e il Sifar, cioè l’istituzionalizzazione segreta di Stay Behind… L’affare Montesi rappresentò una debacle per Claire Both Luce, poiché già dal settembre del 1954 i vertici della Democrazia Cristiana, legati a Stay Behind, a causa dello scandalo, avrebbero subito un duro colpo… Scandalo che s’impossessava delle cronache nel bel mezzo dello duello dentro la Democrazia Cristiana tra le correnti fedeli all’ambasciatrice Luce, in nome dell’anticomunismo, e quelle che volevano la supremazia del partito sul paese, collegando il consenso elettorale alla capacità del partito di trasformarsi in potere economico.

Abbiamo immaginato, infatti, che il Generale scrivesse al tempo presente, tra il ’53 ed il ’54, riportando “notizie di prima mano”, grazie ad una fonte della Cia frutto di finzione.  In realtà quelle  “notizie di prima mano” sono la lettura di quei fatti, ma soprattutto di quel contesto, con il senno di poi, cioè con la conoscenza di quei fatti dopo decenni di pubblicistica su quel tempo storico… Così, cose che allora non solo non avevano senso nell’interpretazione comune, ma che non potevano minimamente essere decodificate, poiché segrete all’opinione pubblica, costituiscono lo scenario, “portato alla luce del sole”, dove si sono incardinati i fatti dello scandalo Montesi. In questo modo si sviluppa un intreccio narrativo, che da fiato ad un racconto diverso sulla prima grande trama mediatica italiana, rispetto a come è stata sempre raccontata. L’aspetto più interessante, dal punto di vista giornalistico, è che una volta incardinati tutti i fatti salienti dello scandalo Montesi, ripresi dalla quotidianità di quei mesi e messi dentro lo “scenario col senno di poi” , la “verità nascosta” è venuta fuori da sola, senza bisogno di nessun tipo di forzatura o speculazione intellettuale…

L’idea di poter raccontare una storia italiana, come quella dello scandalo Montesi, volutamente rimasta coperta da un alone di mistero, non poteva che essere condotta con uno sguardo distaccato, appassionato, irriverente e soprattutto amaro come solo lui sapeva essere. Così, ci siamo travestiti da Generale Marijuana ed abbiamo messo in fila gli indizi inequivocabili, con gli occhi dell’oggi, attraverso una ricostruzione dei quotidiani di allora. Abbiamo poi contestualizzato fatti storici e indizi, mettendoli in collegamento gli uni con gli altri… Occorre sottolineare che per spiegare lo scandalo Montesi necessità una lettura degli accadimenti storici che parte dagli anni della liberazione dal nazifascismo. I personaggi incontrati sono l’espressione del sistema di potere che in Italia si è andato a costruire proprio sulle macerie della seconda guerra mondiale.

Le narrazioni dal sapore giornalistico qui riportate, ovviamente, possono solo scimmiottare il modo di scrivere di uno dei più grandi autori del secondo novecento: Norman Mailer. Anche perché il giornalismo antisistema del Generale Marijuana, durante gli anni cinquanta, era pur sempre giornalismo d’opinione. Mailer non era un cronista e non scriveva articoli di cronaca, come ad inizio carriera aveva fatto uno dei suoi maestri, Ernest Hemingway,  e su questo alcune volte ci ironizzava pure… Attraverso una sua pubblicazione, “Advertisements for my self” (Pubblicità per me stesso), uscita nel 1959, ricchissima raccolta dei suoi articoli e pezzi di narrativa uniti a commenti, diciamo così, fuori scena, ci siamo appropriati di alcune “colonne del Voice”, utilizzando spesso quelle chiavi narrative, declinate nel contesto delle vicende italiane dell’epoca.

Uno scimmiottare, comunque, speriamo gradevole, che non vuole mancare di rispetto ad un monumento letterario, ma, al contrario, rendergli omaggio attraverso una originale cifra stilistica, sottesa alla rappresentazione simbolica. La sua figura per noi assurge, più che altro, a funzione di maschera, utilizzabile come modello esplicativo dei fatti storici.

Siamo partiti rileggendo le copie de l’Unità, in tutti i giorni in cui il quotidiano pubblicava i pezzi sulla storia: dal marzo del ’53 all’ottobre del ’54, grazie alla Rassegna storica on-line. A questi si aggiungano altri sporadici numeri dei quotidiani dell’epoca: Stampa Sera, Paese Sera e l’Europeo del 14 febbraio del ’54, quando spiazzando tutti, il settimanale pubblicava ampi stralci del memoriale… Abbiamo visto la fase in cui la storia, dalle pagine di cronaca locale, passava alla prima pagina, per cadere nel dimenticatoio e poi tornare in auge. Tutto questo messo dentro i quadri logici che ci hanno permesso di contestualizzare quelle vicende ai fatti storici, in una unica soluzione di continuità.

Ma torniamo a Norman Mailer, il quale rappresenta, con la sua invenzione del movimento hipster, un po’ in continuità, ma anche in po’ in antitesi, con la Beat Generation di Kerouac e compagni (ritenuti troppo ascetici), il nuovo dissenso politico al sistema di potere dominante, in sostituzione di quella tradizione marxista degli anni trenta che il maccartismo aveva annientato. Il suo grido alla ribellione, anche violenta se necessario, era l’espressione di una rivolta morale che attraverso il giornalismo e la narrativa, raccontava tutta la sua rabbia. Forse, in quel momento di grande assuefazione culturale ai valori dominanti, Mailer rappresentava la punta più alta del dissenso avanguardistico. Una punta di diamante che avrà il pregio di anticipare i grandi movimenti di massa degli anni sessanta…