Ci troviamo a Palagonia, uno dei comuni della piana di Catania, tradizionalmente saccheggiati dal connubio tra mafia e politica. Siamo agli inizi degli anni Novanta e la situazione sociale diventa mortificante. L’inchiesta è stata rielaborata togliendo i riferimenti temporali e nominali, poiché è sembrato interessante rendere questa storia fuori dal senso del luogo, in quanto potrebbe essersi svolta in qualsiasi comune di una qualsiasi regione del sud Italia.

“Si, si, lo sappiamo che poi quelli vengono per i voti… E noi votiamo… Votiamo, mi raccomando…!” Inizia così lo sfogo di una mamma che tiene in grembo la propria figlioletta, innanzi al portone di casa, in una di quelle strade tra le più disagiate del paese…

La donna urla a squarciagola in dialetto la propria contrarietà alle condizioni di vita di questa cittadina dell’entroterra siciliano… Se la prende con i politici, che s’interessano a lei solo in periodo di “elezioni”, per prendersi i voti… Camminiamo in questa città che sembra appesa sul nulla, dove nulla è percepibile tranne che il suo degrado. Sembra un laboratorio dove si sperimentano le pratiche della tragedia sociale. Ed è proprio questo senso di vuoto che è sempre più soffocante. Il vuoto di una riserva protetta per animali in via d’estinzione, dove la convivenza tra la gente è mediata dal senso di instabilità permanente, perché solo attraverso l’instabilità è possibile il dominio… Camminiamo in questa città dolente, dove l’evoluzione del tempo sembra essersi fermata…

E’ una civiltà decaduta, in cui il tempo scorre con una ritmica inversa rispetto ai processi di sviluppo della società post-industriale. C’era un tempo, verso la fine dell’ottocento, quando alcuni intellettuali denunciavano la disperata situazione del mezzogiorno d’Italia: la questione meridionale… Qui, adesso, sembra rimasto tutto come allora… E’ questo è un altro elemento significativo per riuscire a leggere una cittadina di provincia, dell’isola, avamposto d’Europa… Il tempo… Perché il concetto di tempo non ha una chiara definizione, quindi esso non è necessariamente legato al progredire, al trasformare…

Entrando nella città dolente, proprio dall’altra parte della strada dove è posta la segnaletica che indica l’inizio del paese, vi è lo scheletro in cemento armato di un edificio in costruzione. E’ questo il biglietto da visita della città… Inoltrandosi all’interno, ci si imbatte in una quantità innumerevole di edifici lasciati a metà. Sembra un grande cimitero edilizio, dove la parola abusivismo fa da epitaffio buono per tutti… C’è da dire che qui non esiste un piano regolatore. Quello che venne disegnato agli inizi degli anni settanta non è mai stato applicato, né tanto meno sono state applicate le revisioni al PRG, delineate alla fine degli anni ottanta…

Forse è proprio questa la spiegazione che ha portato alla nascita due quartieri totalmente abusivi, legalizzati attraverso i piani di fabbricazione… Una situazione traducibile complessivamente nella mancanza di opere pubbliche primarie previste in ogni piano, senza le quali una comunità non può dirsi tale, ma tutt’al più può essere assimilata ad uno di quei villaggi del vecchio west dei film di John Ford… Non esiste la minima programmazione sui servizi da destinare alla cittadinanza. Eppure negli anni sono stati stanziati dalla Regione e dalla vecchia Cassa per il Mezzogiorno, circa sedici miliardi di lire per le infrastrutture. Alcuni lavori sono stati avviati, ma mai nessuno è stato portato a termine.

Dal Macello comunale alle scuole, dalle strade all’illuminazione… Vi è per esempio in fondo a via Ruggero VII uno spazio originariamente destinato a parco giochi per l’infanzia, e non c’è nient’altro che una squallidissima piazza senza nome, dove un paio di bambini possono rincorrersi con lo skatebord… Facciamo un giro per questa piazza che non può avere la fortuna neanche di essere chiamata in qualche modo, perché l’amministrazione comunale non ha mai provveduto a titolarla… E’ grandissima ed ha una sorta di piccolo monumento che si può osservare in prospettiva da diversi punti… Uno spazio vuoto in un pieno pomeriggio di sole, il sole accecante della Sicilia…

Cerchiamo giovani, ragazzi con cui parlare, ma niente… Ci viene incontro il responsabile di un’associazione il “Gabbiano”, che mi fa da Virgilio in questo viaggio un po’ kafkiano… Non mi dice il suo vero nome ma semplicemente il soprannome: in paese lo chiamano VanGogh, poiché ha la passione per la pittura… “La pittura mi consente di astrarmi… Mi consente di uscire fuori dai confini dell’alienazione che questa città può rappresentare…” VanGogh in realtà è un impiegato comunale, laureto in Filosofia con 110 e lode, tesi pubblicata, dottorato in Francia, scaricato dall’Università improvvisamente, per far posto al nipote del docente ordinario possessore di cattedra. Una volta trovatosi per strada, gli venne fatta una proposta da uno zio legato al partito di maggioranza, per metterlo in quota per un posto di amministrativo al Comune, tramite un concorso per diplomati… C’erano tre posti disponibili: uno al Sindaco e gli altri due ai partiti di maggioranza. “Quello fu l’ultimo concorso effettuato al comune – osserva ironicamente – Che fortuna eh…, che fortuna che ho avuto…”

Ma i giovani? Dove sono i giovani in questa città? Sembra, da quello che racconta VanGogh, che in paese si sia sviluppato uno strano fenomeno di disagio giovanile, quello del vagabondaggio…“Pensaci un attimo – sottolinea VanGogh – in un luogo dove non esiste nessun riferimento sociale ed educativo con cui rapportarsi, quali percorsi possono essere praticabili per gli adolescenti? Non hanno niente, a parte l’oppressione del vuoto e del degrado…

Non possono far altro che costruire il proprio protagonismo, in un contesto sociale che non li riconosce, attraverso l’unione di gruppo, dove far convergere le singole frustrazioni…” Il gruppo dunque diventa l’unica espressione di forza, l’unica dimostrazione al mondo dell’essere vivi, fino a far sfociare la propria rabbia negli atti di teppismo che il gruppo/microbanda compie ai danni di una comunità fantasma.

Del resto è la solita vicenda di qualsiasi ghetto dove non esiste la presenza “massiva” di una criminalità organizzata, anche perché in quel caso il gruppo sarebbe stato manovalanza per la mafia… Quello giovanile è sicuramente un problema serio, e l’assenza di strutture sociali adeguate, che possano rispondere ai bisogni, è uno degli aspetti più inquietanti che connota il fenomeno della criminalità spicciola sempre presente. Il risvolto della medaglia è che l’alto tasso di abbandoni scolastici si lega incredibilmente alla carenza di edifici da destinare alla scuola. In paese esiste una scuola elementare ed una scuola media… Ma il copione drammaturgico scritto e riscritto per questi luoghi archetipici dell’abbandono umano vede nella droga il suo atto simbolico conclamatorio.

La città dolente ha una densità di sedicimila abitanti, di questi circa mille sono tossicodipendenti. Ma questo non si può dire… Nessuno infatti ammette l’esistenza del dramma, le famiglie si nascondono dentro i gusci di omertà affinché non si sappia che i propri figli “si fanno le pere”. Non esistono dati ufficiali, e questo rende la tragedia ancora più delirante… Bisogna comunque dire che nella città dolente non è possibile quantificare, mediante lo strumento statistico, proprio un bel niente… E’ gioco forza constatare che non esistono enti sociali che si “approccino” alle problematiche della droga. Anzi no, in effetti questo non è corretto, perché in realtà c’era un’associazione che si occupava di queste cose: “Il Gabbiano”, l’associazione di cui era presidente VanGogh.

“L’associazione esiste sulla carta, in questo momento non abbiamo i soldi nemmeno per pagare l’affitto di una sede. Ne abbiamo chiesta una al Comune ma niente. Alla fine degli anni ottanta la Giunta aveva emesso una delibera, stanziando per noi dieci milioni, ma questi soldi non si sono mai visti…” Ma che razza di posto è questo…? Sembra tutto così irreale… Sembra irreale l’indifferenza della gente, di chi fuori dalle mura non sa. Sembra irreale la tracotanza di un potere che impunemente sottomette la cittadinanza attraverso la stoltezza del non-sviluppo. Sembrano irreali queste macerie sociali su cui è stata costruita la povertà… Sembrano irreali certe storie assurde che raccontano del modo in cui si vive qui…

Dal punto di vista istituzionale, ad esempio, l’Amministrazione comunale sono anni che non assolve neanche al disbrigo dei concorsi pubblici. Non esistono all’interno dell’apparato burocratico dei capo-settore laureati. Esempi emblematici sono quelli dell’Ufficio tecnico, formato da diciassette geometri, senza che vi sia un ingegnere o un architetto che li diriga, e del corpo dei vigili urbani che manca di un comandante… Così la pianta organica diventa una mappa assolutamente aleatoria. Ma c’è un’altra storia da raccontare… Perché questo paese potrebbe teoricamente vantare una grande ricchezza produttiva, ma paradossalmente questa si trasforma in uno strumento di ricchezza privata per pochi…

Accade che i grossi produttori del comparto agrumicolo riescono a smistare, cosa che sembra essere pratica corrente ormai da tempo, le acque della diga esclusivamente nei loro terreni, eliminando così dal mercato i più piccoli concorrenti… E’ questa la spiegazione che viene data rispetto al fatto che il Consorzio di bonifica, pur riscuotendo le tasse dei contribuenti, non manda le acque sulle terre coltivate, causando un arresto inevitabile della produttività per ciò che concerne l’unica risorsa del tessuto economico…

“La gente è esasperata – dice VanGogh – si agita, contesta, non può più sopportare questo stato di cose… L’epoca della cultura mafiosa è l’epoca dei nuovi schiavi, che anziché essere frustati dalle corde dei padroni vengono resi sudditi dalla minaccia della propria disperazione…” Sedicimila anime e un niente che li sorregge alle angherie a cui quotidianamente sono soggetti. Si dice che qui non c’è la presenza invasiva di clan mafiosi, qualcuno osserva che un posto come questo non è produttivo neanche per la mafia. Ma questa è una città mafiosa, nella rassegnazione all’illegalità, nella resistenza alle leggi morali e civili, nella “voluttà epidermica” nel non osservare le leggi, che grazie agli insegnamenti degli amministratori, si trasforma nell’atavica sfiducia nei riguardi delle regole democratiche…

In effetti qui non vi è nessun bisogno di utilizzare la violenza e la coercizione mafiosa, poiché la disperazione diventa la forma di ricatto più facile, soprattutto più politica… E’ la cultura mafiosa appunto, cucita dentro le radici del territorio, che si esprime nelle beghe di un establishment locale impegnato nella corsa allo smantellamento della convivenza civile… Qui non cambierà mai niente…