Questo articolo fa parte di una inchiesta del 1992 su uno dei quartieri storici di Catania: Picanello. Se agli inizi del 900, soprattutto nella parte prospicente verso il mare, che si chiama Ognina, era il luogo di villeggiatura dell’alta borghesia e aristocrazia della città, alla fine del secolo invece diventa un quartiere ghetto, governato dai clan mafiosi.
Picanello ha una sua fisionomia diversa dalle altre. È una piccola città nella città, un’area limitrofa alla zona bene di cui, gli abitanti del quartiere, si sentono estranei. All’angolo di un bar, adiacente ad un muro, troviamo Totò, ovviamente il nome è di fantasia. La sua età è indefinibile, ma a prima vista sembra aver da poco raggiunto la maggiore età. Alto, lineamenti marcati, con una leggera balbuzie.
Appena lo vediamo ci coglie per un attimo un certo imbarazzo, poiché inizia ad emettere sillabe confuse, con uno strettissimo dialetto che a stento riusciamo a decodificare. “Faccio il muratore a Siracusa, – puntualizza Totò – ogni tanto non sempre. Ci sono arrivato tramite amici. Però mi fa schifo, non mi piace lavorare, ho problemi con la testa, perché quando ero piccolo cadevo spesso dal motorino e dalle scale…” Le tipologie d’insediamento dell’area metropolitana, che siano di nascita recente o più antiche, periferiche o extra periferiche, si sono evolute in maniera omogenea, connotandosi per alcuni elementi comuni come il basso costo dei terreni.
Ma le caratteristiche socio-ambientali che meglio accomunano queste zone si possono sintetizzare in espressioni indelebilmente legate al vocabolario tipico delle aree urbane meridionali: emarginazione, alienazione, assenza di servizi e infrastrutture, degrado, impossibilità d’interazione tra il quartiere e la società civile. E ovviamente a farne le spese sono i ragazzi come Totò, protagonisti di una drammatica vicenda quotidiana, passando, con estrema facilità, dallo scippo all’omicidio.
La scuola Recupero è proprio ubicata nel cuore del quartiere, ed il suo preside ci parla dei suoi alunni: “I ragazzi che entrano qui dentro vivono una situazione multiproblematica sia dal punto di vista socioeconomico che culturale. Fondamentalmente sono soggetti a continue e costanti violenze, alcuni sono addirittura portatori di handicap psicofisici causati dalle percosse subite”. La cosa che sembra balzare più agli occhi, camminando per le strade del quartiere, è il senso di separazione dal resto del mondo.
È una separazione culturale che si è storicizzata nei decenni o forse nei secoli e che sembra imprimere un distacco tra dimensioni territoriali attigue, tali da riflettersi anche sulle coscienze. “Ti voglio raccontare una cosa – sottolinea Totò – che mi è successa qualche giorno fa. Camminavo per il viale e ho conosciuto un ragazzo. Quando gli ho chiesto dove abitava e se potevamo uscire assieme, lui mi ha risposto che non sarebbe stata una cosa buona andare a casa sua, perché tutti mi avrebbero guardato male… Io vorrei avere amici diversi da me, ma non posso!” Totò ha frequentato le elementari, poi, una volta che il padre morì, fu costretto a lasciare la scuola per andare a fare lavori saltuari: aveva solo undici anni. Le sue giornate le passa sempre al bar insieme agli amici. Vorrebbe uscire la sera, andare in discoteca in birreria, ma si ostina a dire che non può: “Dove vuoi che vada con quelli…? Guarda che tipi…”
Entrando dentro il “ghetto” è chiaro lo squilibrio nella mappa dei bisogni, causato da sperequazioni e sfruttamento e dalla composizione di una classe politica che ha prodotto condizioni di vita al di sotto dei valori fondamentali della convivenza civile. Su tutto questo regna l’indifferenza generalizzata di chi grida al lupo al lupo quando il danno è già stato fatto. “Per questi ragazzi la scuola – conclude il preside – è un punto di riferimento importante. Se sospendo un alunno il giorno dopo me lo ritrovo fuori dal cortile. Ciò vuol dire che il messaggio che noi inviamo loro viene recepito appieno, anche se non possono interiorizzarlo…”
Questo significa che in linea di potenza esiste da parte di ragazzi come Totò una voglia di riscatto che non viene soddisfatta. Certo, lo stigma criminogeno non aiuta un tessuto giovanile invaso di per sé dalle influenze devianti. E su questa problematica che si annoda la vita di questa gente. Intanto davanti al bar Totò si accorge che si sta avvicinando una bella ragazza che ha in mano un sacco dell’immondizia. Si guarda intorno ma non trova il cassonetto. Lui, in un italiano quasi perfetto, le dice: “Guarda che se cerchi il cassonetto è dietro l’angolo!”. La ragazza senza rispondere si allontana diffidente.
Poi il giovane, toccandosi sotto la cintura, esclama: Ah che le combinerei a quella!” Quando gli chiedo perché non si trova una ragazza la sua espressione si gonfia in una smorfia di paranoia: “Sarebbe bello! Così potrei avere una famiglia, certo ci vorrebbe un lavoro per sistemarsi…”
Totò certo non ha nulla dello stereotipo che lo vorrebbe manovale di un clan mafioso, piuttosto assomiglia ad un giovane uomo a cui non viene riconosciuta cittadinanza, per il sol fatto d’essere nato in un quartiere ghetto. “L’unica ragazza che m’interessa veramente è quella che lavora al bar, ma è troppo bella e interessa a tanti, però nessuno ha il coraggio di chiederle di uscire, perché se rispondesse di no gli altri lo prenderebbero in giro, ed io non ho nessuna voglia di farmi prendere per in giro da quelli!”